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domenica 5 dicembre 2010

Furastér: Dull - Cerchia una A

Inseriamo una recensione donataci da un lettore e una amico: il Precettore. Dispiace non aver trovato la copertina. Ci perdonerete.



...ho scoperto i Ramones a 27 anni e i Dull a 17.

Ho sentito dire che a breve le musicassette spariranno dal commercio schiacciate dalla digitalizzazione. Alla fine degli anni '90 le cassette erano invece "moneta" corrente -insieme ai cd- e la fruizione della musica passava inesorabilmente per il supporto fisico.
In quel periodo i Dull facevano uscire il loro primo demo che, in una manciata di pezzi e in una ventina di minuti, racchiudeva brani che sono entrati nella storia del punk rock nostrano.
Il demo si apre con una marcetta (LSD) che è anche un ipotetico svolgimento del tema "descrizione di una settimana tipo" per passare al trascinante ska punk di Cerchia una A.
Giri di basso alla Rancid, una batteria che pesta riff degni dei migliori Sex Pistols e testi che una volta ascoltati non potevano che rimanerti in testa, il tutto circondato da un alone di mistico realismo.
Perchè questo erano i Dull di quel momento storico, rappresentavano il reale, non le rockstar inarrivabili ma i ragazzi che potevi incontrare una sera al Tempo, trovarti con loro in giro alla montagnola di Bologna, o in un altrettanto reale pogo ad un concerto dei Punkreas. Così, quando la rivoluzione comunicativa vedeva comparire il cellulare che, da strumento di elite diventava status symbol e poi aggeggio necessario, i Dull opponevano a tutto questo il loro sentito "No, Grazie."....e se la diffusione di massa di internet era alle porte andare ad un concerto punk era ancora un evento al di là di qualsiasi social network (qualcosa che viene ben descritto dal "pugno sul mento" nella frenetica il mio ideale).
Il demo si chiude con due inaspettate ballads (Think e Lose) perchè anche questo voleva dire essere punk alla fine del secolo...e allora se qualcuno deciderà di mandare in pensione le musicassette, per noi tutti che volevamo essere come i Dull, ci sarà ovviamente solo una risposta: il più classico dei chissenefrega.

Tracklist
1 LSD
2 Chissenefrega
3 Cerchia una A
4 La boccia
5 Cellulare? No grazie!
6 Suicidio di massa
7 Il mio ideale
8 Think
9 Lose

mercoledì 3 novembre 2010

Furastér: Dino Fumaretto - La vita è breve e spesso rimane sotto (Trovarobato - 2010)



"La vita è una merda"

C’è gente che ci ride sopra. Vi ho visti, io, al concerto di Dino Fumaretto mentre ridevate. Eravate lì con il vostro cocktail preparato alla buona, parlavate di social network e dell’ultima sbronza quando entra Elia Billoni, sconosciuto esecutore del grande Fumaretto. Questo attacca una canzone urlando “la depressione mi schianta” e tutti giù a ridere. Io resto un po’ basito, forse non ho capito dov’è la battuta. “Ogni tanto mi guardo di dentro, che spavento” e vai con una valanga di risate. È strano che mi sia fatto sfuggire il senso anche di questa battuta, io il senso dell’umorismo ce l’ho eccome! “Venite assassini, uccidete i ladri e le donne” e tutti piegati in due. No, vi giuro che io amo ridere e non sono uno che si prende troppo sul serio. Infine Fumaretto vi confida un brutto incubo “un cane nero mi mangiava la pancia” ah ah basta, questo tipo mi fa morire dal ridere….
Ma che cazzo vi ridete? Vi pare un momento comico tipo le commedie di natale? Se ridete ascoltando La vita è breve e spesso rimane sotto siete delle brutte persone. Sì, perché è già tanto che Fumaretto abbia la forza di delegare a Billoni e alla Famosa Etichetta Trovarobato queste intimissime canzone per sputtanarle con gente come voi. Bisogna essere riconoscenti perché io certe cose mica le andrei a dire in giro, ci vuole molta fiducia nel prossimo. E voi gli ridete in faccia. Poi si sente dire che semmai Dino è un paranoico che non esce di casa perché è misantropo e per questo manda Elia a fare il lavoro sporco concertistico. Te lo credo, è già tanto che vi conceda di ascoltarle, le sue canzoni. Prendete la prima “la vita prosegue standard ma mi mancano i mezzi / uaaahhh / mi mancano i mezzi per variare lo stesso lamento / uaaaahh / ma soprattutto mi manca un soffio di vento da dentro”. Vi fa ridere anche questo? Se sì, io mi preoccuperei. Che sia forse il “uaaaah” a farvi sbellicare? Bhe lo ammetto, è un’onomatopea divertente, ma se uno ascolta bene la canzone non è altro che il lamento che l’autore sente ogni sera quando è solo. È un suono agonizzante che lo imprigiona, lo terrorizza come vedere all’improvviso un vecchio amico, come quando si perde nel centro, come quando vede un signore picchiare il vento, come quando all’improvviso si guarda di dentro. A me mette un’infinita mestizia, mi mette i brividi, mi fa freddo. Ok, mi rendo conto dell’ironia di cui è permeato l’album, mica sono stupido e nemmeno sto giocando sporco. Ce n’è di ironia, anzi io a questo punto lo definirei sarcasmo ma il fatto è che mi sembra strano considerare solo quello e non vedere tutto il resto. Insomma, che lo vogliate o no questo è un disco serio e mi dispiace di avervi rovinato la festa. Vi faccio altri esempi. Quando parla della mancanza di efficienza non dice forse una verità? Non è una scelta facile chiudersi in casa e non essere efficiente, oppure andare sì in ufficio ma per contare le pecore e spingersi molto più in là della semplice funzionalità. Poi è ovvio che arriverà qualcuno (cioè voi) a dirgli di svegliarsi e di andare da Giuliana perché là ci vanno tutti e lui mica può fare diverso dagli altri. Questo semmai trova il coraggio di uscire per vedersi una mostra di provincia, tra l’altro indecente, e voi vi sbellicate perché lui trova conforto nel rinfresco. Che bestie che siete. Ridete di lui anche quando mangia. Dunque non stupitevi se grida “fuck the world”: voi ex adolescenti non le dite più certe cose, il tempo delle A cerchiate è finito. Ma lui non si fa problemi a mandarvi tutti affanculo e a scagliarvi addosso questi inglesismi contro il sistema che vi meritate abbondantemente, detto fra noi. E anche se lo trovate “pavido” ed “arido” ha comunque il coraggio di aprirsi con voi: “ma sapete, ho voglia di tornare a casa e riposarmi, domare le colpe, portarmi a spasso, osare l’inutile. In quel posto abita una donna che vorrei riconoscere”. E al concerto vi guardate tra di voi (io vi ho visti, io) come per chiedervi: tu l’hai capita questa, dov’era la battuta? Non c’era nessuna battuta, stronzi.
Siete dei maledetti, ecco cosa siete. Ma non sentite che trasporto drammatico nella musica? Sì sì, dite pure che anche il suono è tutta ironia ma io non mi sbatterei così tanto a creare melodie potenti, drammatiche e alte solo per farvi sorridere una sera tra le tante in un trascurabile arci fuori mano. Siete un po’ presuntuosetti mi pare. È un rischio scrivere delle canzoni intime per poi farle ascoltare a gente indelicata come voi ed è normale se l’autore vi scrive “sono stanco di essere sminuito per aver rischiato, voglio un rischio a lieto fine che mi dica sempre iiih”.
Se poi il buon Fumaretto, nonostante il vostro indecoroso trattamento da persone non molto belle, riesce comunque a trovare il coraggio di guardare “la vita nel suo lato più good” non è di certo grazie a voi. Sfacciati.


01 Soffio di vento
02 Venite assassini
03 Vita in ufficio
04 Scorpione nero
05 Fuck the world
06 Nella casa
07 Mostra
08 Ti ricordi il mio dolore?
09 Nuvole e meraviglie
10 Iiih!
11 Altri sogni neri
12 Immersioni
13 Songo d'appendice
14 Omicidio
15 Guarda la vita (Always look on the bright side of life)

venerdì 17 settembre 2010

Furastér: Buzz Aldrin - Ep (Secret Furry Hole - 2009)

Nasce una nuova rubrica di TSM per poter ospitare recensioni e impressioni di alcuni gruppi e artisti che amiamo delle province a noi tangenti e contigue. Così come i nostri nonni erano soliti definire coloro che venivano da altri paesi, la rubrica si chiamerà Furastér.



Qui è il Centro Recupero Musicale Terrestre, situato sulla stazione interspaziale.
Abbiamo appena recuperato un cd (così erano chiamati dai nostri antenati i supporti musicali) scampato alla grande catastrofe. Appena qualche anno prima che il cataclisma ci costringesse a fluttuare per lo spazio in cerca di un altro pianeta, in quello stato che chiamavano Italia fu prodotta questa opera. Poco sappiamo sulla musica che ascoltavano i nostri antenati, abbiamo recuperato solo un tale Ligabue, una cantante di nome Alexia e una band chiamata Albano e Romina. Da queste opere emergeva una ridente Italia piena di voglia di divertirsi e caserecci sentimenti d’amore, o almeno fino al 2009 perché la musica dei Buzz Aldrin ci fa supporre che qualcosa di terribile deve essere accaduto nel mondo. Forse un presagio della Fine che sarebbe arrivata.
Da quello che sappiamo la musica è stata polifonica per secoli ma in queste canzoni è invece ridotta al lamento di una sola nota che si protrae per la lunghezza di ogni pezzo. I ritmi sono monotoni, ossessivi come una catena di montaggio, come le stampanti di un ufficio che lavorano ininterrottamente, come gli squilli delle chiamate di un call center. Sono un coro di rumori in loop che minacciano di poter continuare all’infinito. Possiamo presupporre che i primi anni del duemila furono anni bui, forse un grande dittatore dominava il paese imponendo alle sue formiche di lavorare, forse le città erano degradate e pericolose. Ci immaginiamo Bologna, la città del gruppo, come una città scura dove non splende il Sole da anni. La immaginiamo abitata da strani esseri alienati che si radunano in tribù per sopravvivere alla Grande Crisi del duemila. Lavorano e faticano per il dittatore mentre cantano canzoni come quelle delle piantagioni americane ma tradotte per la metropoli del terzo millennio. Le percussioni suonano come inni tribali come l'insana ritmica del traffico della città. Forse non sono canzoni, ma riti per invocare il ritorno del Sole. Ma il Sole, in questo cd, non compare neanche un secondo. Questa musica è solo buio, asfalto e acciaio.
Abbiamo recuperato altri due cd che reputiamo simili e oscuri come quelli dei Buzz, trattasi di tali Suicide e Joy Division. La poetica è simile: una sola nota ossessiva, un ritmo ripetitivo che non ha fine e la malattia di una voce che sembra essere a un passo dall’oscurità. Questa è la musica dell’Apocalisse, è la musica di una nazione che ora non esiste più.


Tracklist
01 Giant rabbit are looking at the sun
02 Small bad talk with koala friends
03 In star city
04 Cooking dog eggs
05 Lets walk the children around the space